Intervista a Diana Forlani: quando la settima arte incontra la filosofia

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Quando l’amore per la recitazione diventa qualcosa di più di un sogno, di una pssione o un ideale ha inizio un lungo percorso di studio. Può essere un viaggio straripante di ostacoli dove occorre impegno, ma nel quale non mancano soddisfazioni o riconoscimenti artistici, allora sì che si apre il sipario.

Oggi incontriamo un’attrice poliedrica, che non solo riesce a incantare il pubblico per le sue capacità interpretative, ma stupisce anche per il suo percorso intellettuale: Diana Forlani. Se non la conoscete già, siamo sicuri che ne sentirete presto parlare.

Buonasera Diana e benvenuta su Daedalus. Ti ringraziamo per l’occasione che fornisci alla nostra redazione per conoscerti meglio.

Partiamo dal principio:  cosa ti ha portato a fare l’attrice?

Un’esperienza in parte “traumatica” in quarta elementare. Abbiamo fatto lungo tutto l’anno scolastico un laboratorio di teatro che si è concluso con una bellissima rappresentazione in uno dei teatri più importanti della mia città (Pesaro). era uno spettacolo sui miti greco/romani e io ero Minerva (la mia dea preferita). Ricordo che per me recitare era divertimento puro, mi sentivo libera su quel palco che percepivo come un luogo naturale, il contrario dell’artificio. A un certo punto della mia scena sarebbe dovuto irrompere Hermes, col quale avrei avuto un dialogo che avrebbe condotto alla fine della scena. Ebbene Hermes non è mai arrivato (non so per quale motivo, forse si era dimenticato). Perciò immagina una bambina di 10 anni che dice la battuta di aggancio, aspetta che entri l’altro bambino per continuare a fare quello che sa di dover fare e che ha imparato per bene a memoria, e invece niente, vuoto. Per fortuna avevo già chiaro il concetto di show must go on e così ho tirato dritto, inventando cose per portare avanti la scena senza far vedere l’errore. Ecco, quel piccolo incidente, quel piccolo trauma è la cosa che ricordo meglio di tutto lo spettacolo e mi piace pensare che sia stato in qualche modo l’evento decisivo, il momento esatto in cui ho pensato “voglio fare questo!”.

Quali sono state le figure che hanno influenzato la tua curiosità artistica?

Ce ne sono state e ce ne sono tante. Spesso non conosco i loro nomi e in ogni caso sarebbero troppi: ogni volta che vado a teatro o guardo un film e rimango meravigliata da un dialogo o da un monologo o anche solo da uno sguardo, un gesto, una battuta… ecco, quello per me è un momento di ispirazione e di crescita artistica. Se è un film, riguardo la scena e la studio; se è uno spettacolo, cerco di tornare a vederlo.

Nonostante la tua giovane età, hai maturato esperienza sia in teatro che al cinema con film indipendemti. Ti senti più a tuo agio sul set di un film o sul palcoscenico teatrale?

Premesso che ho molta più esperienza a teatro rispetto a cinema o televisione, sul palcoscenico, senza dubbio. Per tutta una serie di motivi: lo scambio di energia col pubblico, l’irripetibilità di quello che stai facendo, il viaggio del personaggio che non ha interruzioni, il non avere una rete di sicurezza e possa capitare qualunque imprevisto, l’energia sacra che si respira in teatro e che manca sul set, dove spesso si ha molta fretta e hai la sensazione che i presenti guardino la performance dell’attore, più che la vicenda del personaggio.

Quali sono le principali difficoltà che si incontrano con il lavoro teatrale? E per i film?  

Non saprei da dove iniziare, è un lavoro in cui c’è tanta concorrenza, poca trasparenza, spesso poca professionalità, molti improvvisati. Nel caso del teatro i soldi sono pochissimi e il pubblico sempre meno, è il lavoro precario per eccellenza, è un lavoro in cui sei sempre sotto esame e non puoi permetterti nemmeno di ammalarti, è un lavoro in cui il rischio di confondere ciò che fai con quello che sei è alto. Non intendo dire che l’attore rischia di immedesimarsi troppo nel personaggio, non ci credo a questa cosa. Intendo dire che è una carriera molto difficile e però il sistema ti porta a pensare che se non riesci, allora sei un fallito. Tu, come persona. Non come persona che non è riuscita ad avere successo in un certo lavoro. Non so se mi spiego. Anche nei provini il fatto che non ci sia separazione fra l’opera e l’artista ti compromette di più: se sono un pittore è il mio quadro che giudichi, addirittura potresti non sapere nemmeno chi sono, come sono fatto; se sono un musicista, giudichi la mia performance allo strumento e una volta smesso di suonare, ho finito, metto via lo strumento e dismetto i panni del mestiere. Se  sono un attore sotto provino, è vero che sto facendo una performance, ma la faccio col mio corpo e con la mia voce e una volta finita, è con quelli che me ne torno a casa o mi mostro al mondo, non posso separarmene. Perciò è un po’ più difficile separare chi sono da quello che faccio.

Credo che riconoscere di avere più talenti o interessi ed eventualmente assecondarli, senza per questo sentirsi “meno”, sia sano. O, almeno, a me ha salvato e ha salvato anche il mio essere attrice.

Quali qualità deve avere un attore?  

Non prendersi troppo sul serio.

Sappiamo che sei una consulente filosofica.Raccontaci questa tua evoluzione professionale com’è nata.

La filosofia è l’altro pezzo di me. Come dicevo prima, se non si ascoltano tutte le nostre parti il rischio, paradossale, è di andare in frantumi. Non siamo solo una cosa, solo quel lavoro, solo quel carattere, solo quel ruolo, siamo più cose. O, almeno, io sono più cose. Infatti insieme all’accademia di teatro frequentavo anche la facoltà di filosofia. Per un po’ è rimasta una laurea, anche se continuavo a leggere libri di filosofi e a lavorare su me stessa (perché questo è per me la filosofia: prendersi cura di sè, del proprio pensiero, del proprio sentire e della propria visione del mondo, continuando a cercare e a domandare a se stessi, senza accontentarsi delle risposte semplici, preconfezionate o stantie). Finché non ho dato maggior attenzione e maggior fiducia a questo mio secondo aspetto, notando come il bisogno di ricerca di senso apparteneva a tante persone vicino a me, solo che erano meno abituate e avevano meno strumenti per affrontarlo. La filosofia se ne occupa da millenni! Solo che l’abbiamo trasformata in un astruso incomprensibile e poco utile discorso su chissà quali massimi sistemi, che fanno questi personaggi strani che sono i filosofi. Invece la filosofia la facciamo tutti. Solo che qualcuno la fa meglio. Più o meno tutti siamo in grado di cucinare un piatto di pasta, ma se vogliamo imparare a farlo meglio e affinarci nell’arte culinaria, ci iscriviamo a un corso di cucina. Se volessi imparare a disegnare meglio, andrei da un professionista. Tutti affrontiamo problemi esistenziali, se uno vuole imparare ad affrontarli meglio, ecco che può rivolgersi a un filosofo. E così è diventato un lavoro. Un lavoro che non mi sono inventata: ho seguito un master triennale di Consulenza Filosofica e Mediazione Culturale. è una professione poco conosciuta in Italia, altrove è molto più diffusa, già da parecchi anni: la consulenza filosofica moderna è nata in Germania negli anni 80, con Gerd B. Achenbach. Quella originaria è nata in Grecia nel V secolo avanti cristo, con Socrate.

Ti piacerebbe lavorare in un cortometraggio?

Se la sceneggiatura è una buona sceneggiatura, certo!

Dove ti vedi tra dieci anni?

Quando ero molto piccola dicevo che da grande avrei fatto la pittrice (non so disegnare nemmeno uno scarabocchio). Poi la giornalista. Poi la manager di una grossa azienda. Ho smesso di cercare di indovinare il futuro: non fa parte di me.

 

Auguriamo a Diana il successo che merita e la ringraziamo per aver condiviso il suo tempo e la sua esperienza con noi.

 

Serena Stella Petrone

Ph: Teresa Mancini Fotografa

 

 

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